La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 8433 del 30 aprile 2020, si è espressa sulla possibilità di riconoscere la tutela autorale ex art. 2, n. 5 l.a. ai progetti o opere di arredamento. La decisione si inserisce nell’ambito della vicenda giudiziaria sorta tra l’azienda italiana leader del make-up KIKO e WYCON.

La vicenda giudiziaria

La controversia ha inizio nel 2013, quando KIKO conviene in giudizio WYCON (già WJCON) dinanzi al Tribunale di Milano, sostenendo che quest’ultima avesse indebitamente ripreso l’aspetto visivo dei propri concept store monomarca, fortemente caratterizzati e innovativi in quanto realizzati da un noto studio di architettura su specifico progetto, violando i propri diritti d’autore e commettendo atti di concorrenza sleale e parassitaria, in relazione a diversi commerciali e comunicazionali quali l’abbigliamento delle commesse, il format del sito web e le iniziative promozionali.

In parziale accoglimento delle domande attoree, il Tribunale di Milano, con la sentenza n. 11416/2015, aveva riconosciuto che la conformazione, la combinazione e il coordinamento degli elementi di arredo utilizzati nei negozi della catena della società attrice fossero dotati di “sufficienti elementi di creatività, in quanto non imposti dal problema tecnico che l’autore voleva risolvere, tali da rendere originale e creativo il progetto di architettura e quindi meritevole di tutela”. I giudici di prime cure avevano quindi condannato parte convenuta al risarcimento dei danni quantificati in euro 716.250, somma determinata tenendo conto dell’importo pagato da KIKO per la realizzazione del progetto, moltiplicato per dieci.

La decisione della Cassazione

Dopo la conferma in sede d’appello, la vicenda è giunta all’esame della Corte di Cassazione, la quale si è soffermata sul quarto motivo di impugnazione proposto da WYCON, con il quale si lamentava che un progetto di arredamento di interni non sarebbe tutelabile come opera dell’architettura ex art. 2, n. 5 l.a., in quanto difetterebbe l’individuazione di una superficie immobile specifica, in cui l’opera dovrebbe incorporarsi, e l’organizzazione di tale spazio mediante elementi strutturali fissi.

In proposito, la Corte di Cassazione, ritenendo la censura infondata, ha ribadito che un’opera dell’ingegno gode della protezione del diritto d’autore purché sia originale, creativa e tale da potersi identificare, pur se compresa in un genere assai diffuso, “per essere un prodotto singolare dell’autore e da poter essere individuata tra le altre analoghe. La Suprema Corte ha ritenuto quindi che la nozione di architettura debba essere intesa, al giorno d’oggi, non soltanto come quell’arte relativa alla tecnica del progettare e costruire edifici, ma anche come “quell’attività intellettuale rivolta alla creazione e modificazione degli spazi per renderli fruibili all’uomo, nell’ambiente fisico, nel territorio e paesaggio, nelle città, nell’edilizia ed anche nell’organizzazione degli interni.

Secondo la Corte, ciò che rileva è che la combinazione e la conformazione dei vari elementi d’arredo sia frutto della libera creatività dell’autore e non la risposta alla risoluzione di un problema tecnico-funzionale.

Sulla base di tali considerazioni, la Suprema Corte ha quindi espresso il principio di diritto secondo cui “in tema di diritto d’autore, un progetto o un’opera di arredamento di interni, nel quale ricorra una progettazione unitaria, con l’adozione di uno schema in sé definito e visivamente apprezzabile, che riveli una chiara “chiave stilistica”, di componenti organizzate e coordinate per rendere l’ambiente funzionale ed armonico, ovvero l’impronta personale dell’autore, è proteggibile quale opera dell’architettura, ai sensi dell’art. 2 n. 5 l.a. («i disegni e le opere dell’architettura»), non rilevando il requisito dell’inscindibile incorporazione degli elementi di arredo con l’immobile o il fatto che gli elementi singoli di arredo che lo costituiscano siano o meno semplici ovvero comuni e già utilizzati nel settore dell’arredamento di interni, purché si tratti di un risultato di combinazione originale, non imposto dalla volontà di dare soluzione ad un problema tecnico-funzionale da parte dell’autore.

La Corte ha invece cassato la sentenza impugnata, rinviando alla Corte d’appello in diversa composizione, accogliendo il ricorso sui due distinti profili:

(i) della concorrenza parassitaria, in quanto ha riscontrato una carenza di valutazione puntuale, proprio per la tipologia di illecito concorrenziale ed in relazione alle precise contestazioni mosse dalla concorrente, non potendo essere sufficiente il ricorso a generiche formule di stile, basate su di una mera somiglianza d’insieme delle iniziative commerciali, incorrendosi, in tal modo, in una omessa pronuncia o motivazione del tutto apparente in merito alla sussistenza o meno degli elementi costitutivi che devono ricorrere;

(ii) dei criteri di liquidazione del danno, avendo ritenuto del tutto arbitrari i criteri adottati dalla Corte di merito, tali da meritare una censura anche in sede di legittimità, in quanto il danno era stato liquidato dalla Corte di merito utilizzando come base di calcolo non la somma che l’utilizzatrice WJCON avrebbe dovuto pagare a KIKO per acquistare i diritti correlati allo sfruttamento del concept store, ma la somma che, in unica soluzione, KIKO aveva liquidato, quale committente, all’autore del progetto di architettura, e come moltiplicatore un’unità (dieci), del tutto arbitraria.